10. Perdite

Mentre leggi ascolta Dark Mystery Music – Library of Secret

Lo troverò qui, sono sicuro!

Turgul entrò nella biblioteca di Faenor, la più famosa e fornita di tutto il regno. L’edificio era più lungo che largo, alto dodici metri. Per la posizione dove era ubicato superava in altezza anche l’edificio del governatore. Di fronte si trovavano quattro locande, un fabbro e un negozio di pellami, tutti sulla stessa via che costeggiava la facciata frontale. Di solito le locande erano sempre occupate tutto l’anno dagli arcanisti di tutto il regno. Molti incantatori facevano una copia dei propri scritti e viaggiavano fino a lì solo per depositare il proprio tomo. Il detto era: “Se un mago non ha un libro nella biblioteca di Faenor non esiste o non è mai esisito!”. Tra rivali capitava anche che si facesse il viaggio per far sparire il libro del proprio antagonista allo scopo di insabbiarne la fama. Proprio per questo annualmente ogni incantatore veniva a controllare che il proprio tomo fosse presente e chiedeva agli gnomi che lo gestivano quanti ne avessero chiesto la consultazione. Alcuni cercavano di convincere gli addetti della biblioteca a proporre il proprio tomo rispetto a quello di altri maghi, cosa che non funzionava mai: gli gnomi della biblioteca erano avidi e intascavano le offerte ma soprattutto erano irreprensibili. Erano undici e sapevano a memoria tutti i titoli di tutti i libri presenti, che ammonatavano a oltre 30.000 volumi divisi in 8 categorie: storia della magia, storia delle religioni, storia della natura e delle terre selvagge, storia delle casate e della nobiltà, storia dei miti e delle leggende, arcanismo, teologia, e la sezione proibita accessibile solo dietro consenso scritto del governatore o del Re, ove si raccoglievano tutti i testi proibiti, occulti o che sotto editto reale erano sconvenienti da divulgare. La sezione proibita era custodita nel piano interrato della biblioteca, un piano scavato da nani nella roccia stessa della montagna e protetta da una porta apribile solo dietro l’utilizzo di una chiave. Ogni gnomo ne aveva una al collo: dieci erano false e solo una quella corretta. In aggiunta al fatto che gli gnomi fossero indistinguibili per la maggior parte degli individui, essi erano vestiti tutti in modo identico, con una tunica rossa sui lati e bruna avanti e dietro, con il simbolo della biblioteca ricamato in oro, un libro aperto all’interno di una corona solare. Il cappuccio e il timbro vocale stridulo e nasale rendevano impossibile discernere chi fosse chi, erano per questo chiamati tutti Lugol e al nome di Lugol rispondevano tutti.

<< Lugol!>>

<< Dicaaaa, messereeee? >>

<< Sono alla ricerca di alcuni tomi sugli argomenti: “occhio rosso”, “pietre veggenti”, “Anathorim” e “Ark” per le sezioni storia della magia, miti e leggende, arcanismo e sezione proibita>>

<< Autorizzazione per sezione proibitaaaa?>>

<< Non sono ancora andato dal governatore, ma diamine: sono uno di quelli che ieri ha salvato la città dai non-morti, hai sentito la notizia? Avrò qualche privilegio, no?>>

<< Ehm… no. Senza autorizzazione nessun accesso alla sezione proibitaaaa. Mi segua al piano superiore, pregoooo>>

Lugol uscì dal piccolo stanzino con la finestrella sull’ingresso rettangolare e Turgul lo seguì borbottando sull’ingratitudine degli gnomi. Se fosse stato necessario sarebbe andato dal governatore a farsi autorizzare. La biblioteca aveva quattro grandi stanze tutte collegate dal lungo corridoio che partiva dall’ingresso. Dalla prima uscì un altro gnomo e, dopo che i due ebbero parlato nella loro lingua, uno dei Lugol tornò all’entrata e l’ altro fece cenno al mezz’elfo di seguirlo. Si erano scambiati? Forse. Passando diede un’ occhiata alla stanza:le  scaffalature erano alte fino al soffitto e occupavano tutti i muri della stanza, a metà altezza un soppalco le percorreva per tutto il perimetro, consentendo la consultazione dei scaffali più alti. L’illuminazione naturale era regolata da due lunghe finestre che inondavano la luce dall’alto al basso. Al centro della sala troneggiava un gigantesco camino in cui danzavano magiche fiamme  bianche, ignifughe ma in grado di illuminare e scaldare meglio di quelle naturali,

<< Ma non abbiamo appena passato la sezione di storia della magia?>>

<< Sì messereeee, ma tutti i libri che cerca sono stati già selezionati e sono nella terza sala.>>

<< Di già? Come fate ad essere così veloci?>>

<< No…ehm, ce li hanno già chiesti e li stanno tutt’ora visionando: andiamo a chiedere al mago se può condividere quelli che ha già consultatoooo.>>

Il mago?!?

Passarono la seconda sala che era molto simile alla prima, leggermente più buia a causa di una sola finestra di illuminazione; era dedicata a “storia della natura e delle terre selvagge”, “storia delle casate e della nobiltà” e “storia dei miti e delle leggende”. Tutta la sala era vuota ad eccezione di un posto dove un avventuriero sedeva con le gambe poggiate sul tavolo; aveva un gigantesco libro sulla geografia del regno dell’ovest poggiato sul torace che gli copriva il viso.

Quei calzari sembrano quelli di Rotar…

Ma era impossibile: il ranger e la barda erano infatti partiti all’alba e avevano lasciato un solo biglietto d’addio sul tavolo della locanda vicino al camino. “ Abbiamo altri impegni. Lasciamo un biglietto perché non ci piacciono gli addii. ADDIO. Rotar e Mialee. Un abbraccio e buona fortuna. Mialee e il burbero delle terre selvagge. “

Avranno avuto paura! Normale: ce l’ho anche io!

Mentre elucubrava sulla perdita dei membri del gruppo, entrarono nella terza sala che era abbastanza popolata. La sezione “arcanismo” era quella che dava più lavoro insieme a “teologia” e “storia della magia”. La sala aveva due finestroni e quattro camini alimentati a fiamme arcane. Vicino all’ultimo camino c’era un muro di libri dietro cui spuntava un cappello a punta con la tesa larga. Il tavolo era pieno di tomi, una trentina almeno, alcuni talmente grandi da doverli aprire a due braccia. Dietro la barriera di carta e cuoio il cappello a punta si muoveva a destra e a sinistra lentamente.

Ecco il mago, anche se è un nemico, non può attaccarmi nella biblioteca.

Turgul si girò verso l’entrata della sala dove torreggiavano, non visibili dal corridoio, due statue di pietra, una per lato: erano i Golem di protezione. Ogni sala ne aveva almeno due. Erano stati costruiti da arcanisti con lo scopo di proteggere dalle aggressioni. Alti oltre quattro metri e fatti interamente di pietra erano difficilmente scalfibili da lame d’acciaio, ma la loro caratteristica di maggiore utilizzo era l’ immunità a qualsiasi effetto magico: il modo più efficace di distruggere un golem era con il martello nanico con cui era stato forgiato. Lo stregone si fermò per precauzione a tre metri dal tavolo. Lugol invece proseguì fino ad arrivare al lato del mago che si girò e i due parlarono nella lingua degli gnomi.

Lo gnomo si allontanò subito dal mago e si diresse verso Turgul spostandogli la sedia per farlo accomodare davanti al tavolo con un sorriso raggiante da gnomo, ovvero un ghigno distorto simile a un cinghiale che carica.

<< Prego messereeeee, quando avete finito lasciate pure tutti i libri sul tavolo: ci penseremo noi a riporli con cura nelle sezioni addetteeee. Buona lettura!>>

Turgul si sedette e seguì per un istante con lo sguardo lo gnomo che si allontanava, poi si volse verso il mago i cui occhi grigi e affilati spuntavano da sotto la tesa del cappello cinerino e lo fissavano. La parte restante del volto era ancora dietro i tomi che lo dividevano dallo stregone.

<< Buondì messere, sono lieto di dividere i tomi con voi, il mio nome è Maegras e sono un mago della razza elfica. Noto in voi alcuni tratti caratteristici della mia gente.>>

La voce era molto calma e serafica, il tono lento, fermo ma cortese. Il mezz’elfo si sentì confuso: si era aspettato qualcuno di ostile e tanta gentilezza lo disorientò.

<< Il mio nome è Turgul Rauko, sono un mezz’elfo. Piacere di conoscerla. Non ho mai incontrato un mago elfo, è la prima volta. La ringrazio inoltre per la sua cortesia nel concedermi di leggere i tomi che sta studiando. Quando ho elencato le parole chiavi della mia ricerca, Lugol mi ha detto che qualcun altro le aveva già chieste. Posso sapere di grazia quali parole sta cercando?>>

Il mago assottigliò lo sguardo come a scandagliare la mente dello stregone alla ricerca di qualche parola o intenzione celata.

<< Mmh… Sto studiando l’Anathorim, perché VOI lo state cercando?>>

Non aveva granché senso mentire, se era stato mandato per ucciderli li avrebbe riconosciuti. Altrimenti era un buon modo per avere nuove informazioni.

<< Non lo sto cercando, è lui che cerca me… noi…>>

<< Bene!>>

<< Bene?!?>>. Turgul si sentì gelare. Forse aveva sbagliato. Avrebbe potuto essere qualcuno in debito con il Lord e magari li avrebbe venduti per scontare qualche sorta di pagamento, dazio o punizione. Doveva uscire da lì. Si fece affiorare le parole di un incantesimo sulle labbra, pronto ad attaccare prima di essere attaccato ma… i Golem! Avrebbero reagito e colpito chi avesse lanciato l’incatesimo per primo.

<< Si, bene! I nemici dei miei nemici sono miei amici! E’ un detto nanico.>>

Il mago si alzò in piedi mostrandosi nella sua interezza al mezzo sangue. Indossava una veste pervinca molto semplice e senza ricami, una cinta di colore grigio gli fissava in vita un borsa per pergamene e una di componenti materiali per incantesimi, tipica di ogni mago. Sulle spalle, fissato da un fermaglio circolare con l’intarsio di una montagna, un mantello lanoso sempre di colore cinereo. Il volto, come caratteristico della razza elfica, era lungo e tratti affilati ed eleganti ma era manchevole di una caratteristica che lasciò esterrefatto Turgul ancor di più delle parole che il mago aveva appena pronunciato.

<< Ma voi… non… non avete la barba! >>.

~

Kanalgon lesse il biglietto di Turgul subito dopo aver letto quello del ranger e della barda. Una perdita significativa per tutti loro. Da cinque erano rimasti in tre ormai. O forse due: Agladur non aveva ancora detto nulla riguardo al viaggio insieme verso Toryl. Di certo non era felice di proseguire con i due mezz’elfi fino alla sua chiesa. Era ancora scosso per la morte del fratello e l’incessante chiacchiericcio dello stregone non gli avrebbe reso il tragitto piacevole. Il paladino però era sicuro che alla fine il chierico avrebbe ceduto. Viaggiare soli era sciocco e il sacerdote uno sciocco proprio non lo era. Mentre congetturava sulle possibili proteste di Agladur decise di prendere una salutare boccata di aria fresca e di controllare il buon Pelo nella stalla. Appena uscì si accorse che nonostante l’ora mattutina c’era un copioso viavai di persone lungo la strada.

“Si è impiccato!”
“Era lui a macchinare tutto”
“Vendeva le persone alle tenebre e ora le tenebre l’hanno preso”

Qualcosa era accaduto, così il paladino fermò uno dei passanti e si fece raccontare il motivo del disordine mattutino: seppe che il governatore si era impiccato lasciando una dichiarazione spontanea di colpevolezza. Il senso di colpa per il massacro di tanti innocenti era un peso difficile da sopportare sulla propria anima e avrebbe potuto schiacciare chiunque non fosse veramente malvagio, quindi Kanalgon chiuse la faccenda come una naturale evoluzione degli eventi. Il suo unico rammarico era che il colpevole non aveva scontato la propria pena nel mondo materiale ma solo nel mondo ultraterreno, dove il Giustissimo lo avrebbe messo davanti alle sue colpe e lo avrebbe condotto alla pena di espiazione, da cui, dopo il giusto numero di anni, sarebbe stato ripulito delle macchie della propria anima e reintrodotto nel mondo in una nuova forma. Secondo il credo dei paladini, un assassino si reincarnava in un verme; per uno come il governatore forse il Dio del Fulmine avrebbe trovato una forma più consona. Il mezz’elfo si chiese se il compagno sacerdote avesse parlato con il governatore la sera prima e così rientrò in taverna deciso a chiedere delucidazioni all’elfo che si trovò davanti, sull’uscio della taverna. Dopo un monosillabico buongiorno in elfico da parte del chierico, Kanalagon spiegò all’elfo la partenza all’alba del ranger e della barda e la ricerca in biblioteca di Turgul. La cosa lasciò il compagno del tutto indifferente.

<< Agladur… un’ultima cosa: hai parlato con il governatore ieri? Che ti ha detto?>>

<< Non mi ha aperto, stamattina mi aprirà necessariamente. Non accetterò un altro diniego.>>

<< Temo che dovrai invece. Il governatore si è impiccato ieri sera; forse per questo non ti ha aperto.>>

Prima lo stupore poi la rabbia increspò lo sguardo impassibile di Agladur che strinse forte il pugno e lo portò al viso. Poi rimase con gli occhi chiusi.

<< Mi stavo chiedendo, sacerdote, se la notizia della sconfitta del Keldorn non lo abbia indotto al suicidio. Magari vedendoti bussare alla sua porta lui…>>

<< Stai dicendo che se è morto è colpa mia?>>

<< Ehm…no veramente io…>>

I balbettii del paladino non riuscirono a placare l’ira di Agladur che stringendosi il mantello scuro intorno al corpo per proteggersi dal vento del mattino si diresse a passo spedito verso la casa del governatore. Kanalagon non lo seguì. Se fosse tornato Turgul qualcuno doveva essere in locanda o avrebbe pensato di essere rimasto solo contro l’Anathorim. Quel nome lo aveva perseguitato tutta la notte nei sogni, in cuor suo il paladino sperava che il compagno stregone potesse svelare l’arcano dietro quel nome nella sua ricerca in biblioteca. Decise quindi di confidare che Agladur tornasse per partire insieme e avrebbe aspettato lo stregone spendendo il tempo come meglio poteva: preparando i destrieri al viaggio.

 

Si fece l’imbrunire e la locanda si riempì come di consueto, solo che ora ad ogni persona che entrava l’oste indicava Kanalagon, seduto solo al tavolo vicino al camino: tutti poi si avvicinavano e, dandogli pacche di ringraziamento per la disinfestazione della valle, si offrivano di lasciare pagata una birra per lui e i suoi compagni al bancone. Prima ancora dell’ora di cena aveva già da bere per i prossimi due mesi. Qualcuno si fermava qualche secondo in più e gli chiedeva sottovoce se avessero impiccato loro il governatore, ma al sottolineare agli avventori che egli era un “paladino” e non un “impaladino” tutti si alzavano imbarazzati giustificandosi che erano voci di corridoio a cui non avevano dato credito ma che erano solo curiosi di riportare. Kanalagon cenò da solo: patate bollite e uova sode, accompagnate da una pinta di birra molto luppolosa e alcolica, il tutto offerto generosamente dall’oste, a cui non potè dire di no. Al termine del pasto tornò Agladur. Al suo ingresso la locanda abbassò il tono della voce da “beoni in vena di festa” a “è arrivato l’inquisitore non facciamoci notare”. Quando si sedette al tavolo del paladino e volse le spalle alla sala il tono da beoni riprese il sopravvento.

<< Che hai saputo?>> – ormai Kanalagon aveva capito che i convenevoli erano inutili con lui, meglio essere diretti e sintetici.

<< Che si sia impiccato prima o dopo che sono andato a bussare alla sua porta non posso saperlo. L’assistente, un certo Merome, era stato congedato anzitempo ieri sera perché il governatore aveva deciso di mangiare solo. Io credo attendesse qualcuno. Poi ha scritto una lettera di suo pugno e si è impiccato.>>

<< Che c’è scritto nella lettera?>>

<< Confessa che ha venduto gli avventurieri al Keldorn per oro. L’assistente ha giurato che era la sua solita calligrafia. Il governatore scriveva con una cura fuori dal comune e guardando il tratto era piuttosto calmo mentre vergava le sue ultime parole, il che mi fa pensare che fosse una decisione presa da tempo, oppure…>>

<< Oppure cosa? >>

In quel momento entrò lo stregone e un boato si alzò in tutta la locanda.

Viva lo stregone!
Turgul il magnifico!
Turgul denudati!

Eramo i cori intonati in direzione del mezz’elfo, acclamato come il vero eroe della campagna contro il Keldorn. Si alzarono in molti per andargli incontro e abbracciarlo, la foga fu tanta che venne alzato di peso e trascinato davanti al camino dove venne gettato di peso sul tavolo dove gli altri due compagni stavano parlando.

<< Un’ entrata in perfetto stile stregonesco! Scusate, mi siedo composto. Non è colpa mia se ho troppo fascino. O forse è proprio colpa mia. Comunque ho delle notizie meravigliose! >>

<< Hai scoperto tutto sull’Anathorim e su Ark?>>

<< Assolutamente no, paladino.>>

<< Che notizie meravigliose hai allora?>>

<< Ho sopperito alle perdite di Mialee e del ranger: abbiamo un nuovo alleato, il mago Maegras!>> e lo stregone si girò in direzione della porta dove, dietro la folla che ballava intonando canzoni sconcie il cui protagonista era Turgul e una succube degli inferi, spuntava la punta di un cappello grigio.

<< Oh, mi raccomando. Non fate la figura degli avventurieri novizi: i maghi elfi non hanno la barba…>>

~

Mentre leggi ascolta Fire and Honor degli Audiomachine

Il barbaro era nudo, in piedi davanti al focolare. I capelli erano raccolti in una lunga treccia impregnata di unguento all’eucalipto. Il suo corpo, completamente tatuato con parole runiche  dalle caviglie al collo, era cosparso d’olio dello stesso aroma della chioma e rifletteva la luce saettante delle fiamme. Fece cadere il coltello sporco di sangue ai suoi piedi e con un ampio passo sorpassò il cadavere della giovane donna che era tra lui e il giaciglio.

<< Astar! Vieni a pulire e la prossima volta vedi di trovarmene una più carina.>>

Si sdraiò sulle pelli di animale stese sul letto e prese distrattamente il calice di liquore di bacche viola che era sul tavolino a sinistra, facendo cadere più della metà a terra. Ogni volta che uccideva qualcuno l’eccitazione era tale che le mani tremavano per alcuni minuti ininterrottamente. Il volto, dai tratti duri e marcati, si distese quando pose la testa sul guanciale.

<< Astar! Quando ti chiamo devi venire subito!>>

Astar non venne. Al posto dell’incedere claudicante del proprio inserviente sentì dei tonfi lenti e sordi. Poi la tenda si aprì e al barbaro quasi morì la voce in gola.

<< Ma… mio Lord! Non Vi aspettavo. Io…>>

<< Se non la pianti di uccidere ogni donna con cui ti accoppi finirai per sterminare il genere femminile di tutto il regno del sud.>>

<< Ahah… ah… beh non ne uccido mai più di una a sera mio Lord. Come mai siete giunto fino a qui? Vi attendevo al prossimo novilunio.>>

Il Lord emerse alla luce del focolare. Aveva l’elmo sotto il braccio, dal cappuccio si vedeva solamente la cicatrice che da sotto l’occhio destro segnava lo zigomo con un tratto verticale. Il mantello pulsava incessantemente e questo, come ben sapeva Kroosh, non era assolutamente buon segno.

 

Cap10TheLordExtended

<< Kroosh, mio prezioso generale, a che punto è il rituale?>>

<< Mio Lord, non si deve preoccupare! Entro il novilunio avrà le sue anime, abbiamo ancora ventisei giorni. Sono più che sufficienti…>>

<< Sufficienti? Sei accampato a più di dieci miglia dalla capitale del sud nel bel mezzo del nulla, lontano dalla strada che la collega a Darokin. E il sigillo non ha avuto neanche un’anima.>>

<< Comincierò questa sera stessa, così potrete tornare tranquillo sapendo che io, Kroosh, sono il vostro generale più devoto e attento ai vostri ordini!>>

<< Dammi il sigillo. Adesso.>>

Il barbaro solo in quel momento si rese conto che era rimasto impietrito e ancora disteso sul letto: balzò istantaneamente in piedi e aprì il suo forziere da cui ne estrasse un altro più piccolo fatto di ebano, senta intarsi nè decorazioni. Il Lord lo prese tra le mani e lo aprì sincerandosi del contenuto. Fece due passi a sinistra passando sul cadavere della donna, calpestandolo come se fosse parte dell’arredamento della tenda e producendo un raccapricciante rumore di ossa frantumate. Posò delicatamente il forziere di ebano sul tavolino a sinistra del letto e lo lasciò aperto, poi si girò verso il barbaro.

<< Buona idea cominciare subito.>>

Kroosh perse colore sul volto e gettò un’occhiata velocissima all’uscita della tenda che ora era libera, cosa che il Lord colse.

<< Kroosh sai benissimo che io odio uccidere i miei generali. Sono come figli per me. Anche tu lo sei Kroosh. E la perdita di un figlio è una cosa dolorosissima. Ma sai bene che un buon padre, per non perdere l’autorità davanti agli altri figli, deve impartire le giuste punizioni. E tu non vuoi fuggire dalla giusta punizione che meriti, vero Kroosh?>>

<< Si… mio Lord, solo che Vi prego, anche io sono padre. Tutto il mio clan è come se fosse la mia famiglia, ho più di cento membri nella mia famiglia e loro dipendono da me! Cosa succederebbe se loro perdessero me?>>

Il mantello morato cominciò ad estendersi verso il basso espandendosi e occupando tutta la superfice della tenda, oscurando mano a mano la luce prodotta dal focolare.

<< Lo so bene, Kroosh, è proprio per questo che ho già sterminato tutti i membri del tuo clan prima di varcare la soglia della tua tenda: per poterti permettere di accettare la tua punizione con il cuore sereno. Ora loro non possono piangere la tua perdita.>>

Il barbaro si girò di scatto verso l’uscita ma non la trovò. Tutto l’interno della tenda era nero: restava solo il suo corpo nudo, il Lord davanti a sè e le fiamme del focolare che si stavano spegnendo.

<< Come era il motto del tuo clan, Kroosh? Fuoco e onore?>>

Poi il Lord con il piede coprì fiamma e braci e tutto fu nero.

 

 

 

 

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